Il lavoro è dignità.
Lo è per la tradizione socialista, che lo ha difeso come strumento di giustizia.
Lo è per la tradizione cattolica, che lo ha onorato come vocazione dell’uomo.

Su queste due grandi radici si è fondato il patto sociale del secondo dopoguerra:
un equilibrio profondo fra Stato, mercato e società civile.

Lo Stato non era solo un erogatore di stipendi, ma un soggetto strategico con compiti decisionali, capace di intervento nei settori chiave.
Il mercato era libero, ma dentro precisi limiti legali ed etici, legato all’economia reale più che alla speculazione.
La società civile era consapevole, colta, solidale.
Tutto questo reggeva una visione: quella del bene comune.

Quel patto oggi è naufragato.

Se vogliamo una civiltà degna, dobbiamo ricostruirlo.
Ma stavolta non può bastare il semplice equilibrio tra Stato, mercato e cittadini.
Il nuovo patto sociale deve affrontare sfide globali:
– la questione ambientale;
– la finanziarizzazione dell’economia;
– l’uso etico dell’intelligenza artificiale;
– il rispetto per i nuovi assetti geopolitici;
– e soprattutto … l’equilibrio tra generazioni.

Abbiamo un dovere verso chi verrà dopo di noi e verso chi ancora attende giustizia.