
Israele ha attaccato Gaza, con un bilancio umanitario devastante; il Libano, con raid quotidiani; la Siria, da anni bersaglio; la Cisgiordania, dove l’espansione prosegue; gli Houthi nello Yemen; e ora, anche l’Iran.
Eppure, quando la Russia invase l’Ucraina, parlammo – giustamente – di aggressione, violazione del diritto internazionale, crimine contro la pace.
Oggi, invece, il silenzio. La grammatica cambia. Il lessico si fa vago. La comunità internazionale balbetta. E i media accompagnano.
Cosa significa questo? Che la guerra diventa legittima se la fa un alleato? Che la vita dei civili vale meno in base alla geografia?
Siamo immersi in una logica pericolosa, che chiama “difesa” ogni attacco, “errore” ogni crimine, “necessità” ogni morte.
Ma il diritto internazionale è nato per ricordarci che non esistono popoli superiori alla legge, né alle sofferenze degli altri.
Non si tratta di tifare. Non è una gara tra simpatie.
Si tratta di riconoscere che la pace non ha futuro se rinunciamo al linguaggio dell’equità.
Lo so benissimo, purtroppo: il mondo è complicato. Ci sono ragioni profonde, paure storiche, ostilità incrociate.
Ma se giustifichiamo ogni azione con la paura, ogni bomba con la sicurezza, ogni violazione con la storia, allora muore l’idea stessa di convivenza.
Il mio pensiero va a chi ha perso la casa, i figli, i genitori e con essi la speranza.
A Gaza, in Iran, in Israele. Ovunque il potere si sia dimenticato che la vita viene prima della geopolitica.
E se questa idea è ormai una vocazione démodé, allora sono i pilastri stessi del nostro sviluppo umano ad essersi sfarinati.

