Come il New Dada – che ne fu precursore – anche la Pop Art si colloca nell’ambito del c.d. Nuovo Realismo, e vede l’abbandono dell’approccio evanescente e ideale dell’Informale e dell’Espressionismo astratto, che avevano dominato la scena nell’immediato dopoguerra.

La Pop Art – sviluppatasi tra la fine degli anni ’50 e gli anni ’60 – è stata tra i movimenti artistici più controversi e fecondi del XX secolo.
L’utilizzo dei media e della cultura massa da parte dei popists mise in discussione le implicazioni estetiche dell’opera, l’impegno e la funzione socio-politica dell’artista e, più in generale, il sistema dell’arte.
Tra i vari nomi, e limitatamente al Nord America, troviamo Roy Lichtenstein e Andy Warhol.

Quello che faremo nelle prossime settimane sarà un viaggio magnifico in un’arte profondamente ispirata dalla cultura di massa, dai prodotti di consumo, dalle celebrità e dai personaggi dei fumetti.
Frequente è l’utilizzo di tecniche di produzione in serie, come la serigrafia, per creare opere che sembrassero ripetitive e artificiali, come i prodotti e i simboli che intendevano rappresentare.
I colori sono vivaci e accesi e danno alle opere un aspetto accattivante e spesso ironico.

Non si finirà mai di studiare l’influenza della Pop Art sulle esperienze artistiche successive.

L’pera che vi porto oggi è nota a tutti.
Quando gli è stato chiesto perché avesse scelto di dipingere le lattine di zuppa Campbell’s, Warhol rispose: “Avevo l’abitudine di mangiare lo stesso pranzo ogni giorno, per vent’anni, credo, sempre la stessa cosa”.
Quelle trentadue tele, una per ciascuno dei gusti allora venduti da Campbell’s, utilizzando una combinazione di proiezione, ricalco, pittura e stampaggio, ripetendo l’immagine quasi identica, sottolineano l’uniformità e l’ubiquità della confezione del prodotto e sovvertono l’idea della pittura come mezzo di invenzione ed originalità.