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L’Espressionismo astratto nordamericano vede in Europa il suo omologo nell’“Arte informale”, anch’essa sviluppatasi negli anni ’50 del Novecento.

Alberto Burri è stato uno dei pittori più influenti di questo movimento. Medico, durante la Seconda Guerra Mondiale fu fatto prigioniero dagli Alleati e, nel periodo di prigionia in Texas, iniziò a dipingere e ad esplorare le possibilità artistiche dei materiali industriali, quali la juta, il ferro, il legno bruciato e le plastiche.

Le sue opere, spesso caratterizzate da superfici strappate, bruciate o stratificate, richiamano con grande carica emotiva le ferite e le cicatrici causate dalla guerra. Non dimentichiamo che l’”Informale” si pose come risposta alle devastazioni, alle sofferenze e al vuoto di certezze del secondo conflitto mondiale.

“Combustione Plastica” si colloca in una serie di lavori nei quali Burri cerca di esplorare il rapporto tra l’artista e il materiale e di scandagliare l’idea di trasformazione e distruzione creativa. Essi sono costituiti prevalentemente da strati di materiale plastico bruciato e sovrapposto – probabilmente pvc – sottoposti a combustione controllata.

E’ immanente il senso di distruzione e di rigenerazione, con le tracce del fuoco che sembrano danzare sulla superficie, dove le parti scure e carbonizzate si alternano a quelle integre creando un contrasto visivo accattivante.

L’uso del fuoco come mezzo espressivo trasforma la plastica – materiale industriale freddo e artificiale – in un’opera d’arte carica di energia e di suggestione.

Burri, attraverso i processi di alterazione dei materiali non convenzionali, ci immerge in un mondo di rovina e di decadimento, ma allo stesso tempo ci consegna una risposta suggerendo che è possibile riconciliare l’imperfetto con il bello, la decadenza con la rinascita, il dolore con la gioia.