Pietro Annigoni fu compagno di scuola di mio nonno e, da adulto, gli regalò un meraviglioso carboncino di nudo che amo moltissimo.

Quando ricevette la lettera contenente l’incarico di dipingere il ritratto della Regina Elisabetta II d’Inghilterra, Annigoni pensò fosse uno scherzo. In effetti la committente era la “Worshipful Company of Fishmongers” e non fu immediato appurare che questa denominata “Compagnia dei Pescivendoli” fosse in realtà un prestigiosissimo ente, operante fin dal 1272.

Otto mesi e diciotto sedute in uno studio ad hoc ricavato a Buckingham Palace. Così Annigoni scriveva di questo suo lavoro: “Come modella, la Regina non facilita il mio compito. Non sente la posa, né pare preoccuparsene. E parla molto. In compenso è gentile, semplice, e non appare mai distante (…)”.

Per il ritratto, il pittore decise di rifarsi alla tradizione antica, optando per un taglio dalle ginocchia in su, in posa di tre quarti. Elisabetta II ha indosso la veste dell’Ordine della Giarrettiera: un grande mantello scuro foderato di seta candida, con fiocchi bianchi sulle spalle e la coccarda appuntata al petto.

Ritraendo Elisabetta con un’immagine trasudante giovinezza e solarità, Annigoni volle simboleggiare tutte le speranze e le aspettative di una nuova epoca della storia inglese, dopo le sofferenze della seconda guerra mondiale.

Benché non riesca ad associare le situazioni di privilegio alla bellezza, trovo che, alla fine della sua lunga vita, fosse possibile scorgere in Elisabetta tratti di dolcezza e di fragilità. Il video che la riprende bere il tè con l’orsetto Paddington mi commuove tutte le volte. Mi piace quando lui le dice in una sorta di commiato finale, “Thank you Màam for everything” e lei risponde sorridendo con grande tenerezza “That’s very kind”.