Rosenquist iniziò come creatore di manifesti pubblicitari a New York negli anni ’50 e portò con se nell’universo della Pop Art la propria abilità nel combinare e sovrapporre immagini tratte dai media di massa della società del consumo.

Questo lavoro spettacolare, composto da 26 pannelli dipinti ad olio per oltre 25 metri di lunghezza, tappezzò la famosa galleria di Leo Castelli, che abbiamo già incontrato parlando di Pop Art e che ne fu l’epicentro.
L’opera è il manifesto di un’America convulsa, dominante e opulenta.
Oggetti di consumo e icone della cultura popolare, clamorosamente superficiali, si susseguono facendo filtrare una critica all’industria bellica e al consumismo degli Stati Uniti durante la Guerra del Vietnam.

Ma la Pop Art dimostra qui una profondità che spesso le si nega.
E pensare che quando iniziò a fare i primi passi entrava in una scena dominata dall’espressionismo astratto, una “religione” officiata da artisti come Pollock, de Kooning e Rothko: giganti che prendevano la pittura “maledettamente” sul serio.
Perciò quello strano nuovo modo di fare arte venne subito considerato rozzo, volgare e persino idiota.
Nessuno aveva neppure tentato di capire, o anche solo di immaginare, che quel linguaggio tanto leggero, agile, impassibile, disimpegnato e spiritoso avrebbe saputo gridare al mondo con grande incisività i limiti del suo tempo.