Nell’augurarvi bune vacanze per ritrovarci a Settembre, chiudiamo oggi il viaggio nel gruppo di esperienze maturate negli anni cinquanta del ‘900.

Come abbiamo visto, il Gruppo Gutai – che declinava in Giappone l’espressionismo astratto nord americano e l’informale europeo – diede un contributo straordinario alle sperimentazioni dell’epoca, utilizzando liberamente i più inaspettati mezzi espressivi e affermandosi come avanguardia protagonista della scena internazionale.

In aggiunta agli artisti già ricordati, ne richiamo qualcun altro del quale potete vedere nell’ordine le rispettive opere.

Jiro Yoshihara, fondatore del Gruppo Gutai e influente artista e critico d’arte giapponese.

Tsuruko Yamazaki che ha realizzato opere che coinvolgono l’uso di oggetti trovati e materiali domestici.

Akira Kanayama, celebre per le sue opere astratte e per le sue performance artistiche.

Takesada Matsutani, notabile per le sue opere che incorporano colla vinilica come elemento principale.

Norio Imai che ha esplorato la natura fluida e tattile della pittura utilizzando vari materiali.

Traendo le fila del lungo itinerario che abbiamo intrapreso nell’espressionismo astratto e nell’informale, a me il Gutai ha consentito di meglio comprendere il discorso sotteso a quelle esperienze.

A dire il vero tutti gli elementi c’erano già, ma ancora mi sfuggiva la visone d’insieme.

Quando abbiamo visto l’utilizzo di materiali non convenzionali da parte di Burri e di Tàpies, era chiaro che le porte dell’arte si stavano dischiudendo alla realtà esterna rispetto all’opera in sé. Di fronte ai buchi e ai tagli di Fontana sulle tele e alle deliziose pozzanghere galleggianti di Motonaga, avevamo la misura che lo spazio intorno all’opera si fondesse con la stessa divenendone parte. I pannelli colorati di Rothko erano porte attraverso le quali lo spazio emotivo dell’anima si connetteva all’opera d’arte. Gli scenografici gesti creativi di Pollock, de Kooning e Shimamoto rendevano il momento della realizzazione parte stessa dell’opera …

… ma è stato solamente quando ho visto Murakami lanciarsi e attraversare fisicamente da parte a parte i suoi pannelli di carta montati in sequenza, che tutto si è ricomposto apparendomi di un nitore commovente.

Spazio, tempo, materia, emozione, gesto creativo e artista diventavano una cosa sola e ogni alterità veniva superata.

Allora ho capito!