Vorrei dedicare questo mese di Dicembre al “Futurismo”, che fu tra le più importanti avanguardie culturali del Novecento, investendo tutti i campi dell’arte: letteratura, pittura, scultura, architettura, musica, danza, teatro, cinema e persino la gastronomia.

Fu profondamente strutturato sul piano concettuale giacché ebbe numerosi manifesti fondativi, tra i quali il principale è “Il Manifesto Futurista” del poeta Filippo Tommaso Marinetti, pubblicato nel 1909.

In esso si legge: “Noi canteremo le grandi folle agitate dal lavoro, dal piacere o dalla sommossa: canteremo le maree multicolori e polifoniche delle rivoluzioni nelle capitali moderne; canteremo il vibrante fervore notturno degli arsenali e dei cantieri, incendiati da violente lune elettriche; le stazioni ingorde, divoratrici di serpi che fumano; le officine appese alle nuvole per i contorti fili dei loro fumi; i ponti simili a ginnasti giganti che scavalcano i fiumi, balenanti al sole con un luccichio di coltelli; i piroscafi avventurosi che fiutano l’orizzonte, e le locomotive dall’ampio petto, che scalpitano sulle rotaie, come enormi cavalli d’acciaio imbrigliati di tubi, e il volo scivolante degli aeroplani, la cui elica garrisce al vento come una bandiera e sembra applaudire come una folla entusiasta.”.

In pittura trovo le opere futuriste dinamiche, originali e splendidamente inquiete.

Ho invece severe perplessità sul messaggio d’insieme, per due ragioni:

Anzitutto il movimento, se non fiancheggiatore, è comunque considerato l’armatura culturale delle tristi vicende della prima metà del Novecento. Basti ricordare che il nono punto del Manifesto di Marinetti così recitava: “Noi vogliamo glorificare la guerra – sola igiene del mondo – il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore dei libertari, le belle idee per cui si muore e il disprezzo della donna.”. Va però anche detto che studi più recenti hanno in parte riabilitato questa esperienza culturale, rilanciando apprezzabili suoi impatti sul piano sociale.

In secondo luogo la fede nella tecnologia e nella modernità fu a mio avviso mal riposta, avendo largamente deluso la presuntuosa aspettativa salvifica che aveva alimentato.

“La città che sale” (titolo originale “Il Lavoro”), è forse il primo quadro futurista. Vi è rappresentata la frenetica attività edile di costruzione di una centrale elettrica. E’ il dinamismo della moderna metropoli che cresce, in cui nulla è fermo. La zona allora periferica di Milano teatro dell’opera è il mio quartiere, per intenderci quello dove sorge oggi la Fondazione Prada.

Dal “Manifesto dei pittori futuristi” del 1910: “Rendere e magnificare la vita odierna, incessantemente e tumultuosamente trasformata dalla scienza vittoriosa. Siano sepolti i morti nelle più profonde viscere della terra! Sia sgombra di mummie la soglia del futuro! Largo ai giovani, ai violenti, ai temerari!”.