Ieri dalla cronaca milanese: “Diana, 16 mesi appena, era nel suo lettino da campo, morta. Accanto un biberon con un poco di latte e un flacone a metà di un potente ansiolitico. Nient’altro. La mamma, Alessia P., 36 anni, aveva abbandonato la piccola e se ne era andata per sei giorni con il nuovo compagno a Leffe in provincia di Bergamo.”

Questa notizia non ha più lasciato i miei pensieri e con lei il senso di colpa per essere stato – pur ignaro – a pochi minuti da quel posto, immerso nelle mie vicende e assente rispetto all’abbandono di quella piccola creatura. Ho immaginato la scena in cui la madre (colpevole o meno in questo frangente non rileva) ha trovato la figlia senza vita e quando il suo corpicino è stato prelevato da casa dai medici, davanti ai suoi occhi.

E poi la mia mente ha tentato di trovare una via di fuga e ho pensato alla parte che più di tutte, da ragazzo, mi aveva commosso ne “I Promessi Sposi” di Manzoni, quella della madre di Cecilia che, con in braccio la figlia morta di peste, aspettava sull’uscio di casa.

Dal Capitolo XXXIV:

Un turpe monatto andò per levarle la bambina dalle braccia, con una specie però d’insolito rispetto, con un’esitazione involontaria. Ma quella, tirandosi indietro, senza però mostrare sdegno né disprezzo, “no!” disse: “non me la toccate per ora; devo metterla io su quel carro: prendete!” Così dicendo, aprì una mano, fece vedere una borsa, e la lasciò cadere in quella che il monatto le tese. La madre, dato a questa un bacio in fronte, la mise lì come su un letto, ce l’accomodò, le stese sopra un panno bianco, e disse l’ultime parole: «addio, Cecilia! riposa in pace! Stasera verremo anche noi, per restar sempre insieme. Prega intanto per noi; ch’io pregherò per te e per gli altri». 

Poi, voltatasi di nuovo al monatto, “voi”, disse, “passando di qui verso sera, salirete a prendere anche me, e non me sola”. Così detto, rientrò in casa, e, un momento dopo, s’affacciò alla finestra, tenendo in collo un’altra bambina più piccola, viva, ma coi segni della morte in volto. Stette a contemplare quelle così indegne esequie della prima, finché il carro non si mosse, finché lo poté vedere; poi disparve.

Manzoni ci consegna questo approccio verso la morte, pieno di rispetto e di speranza, che dobbiamo confrontare con il senso di incomprensibile mistero che ci pervade al suo cospetto.