Max Ernst – di cui vi è stata una recente retrospettiva a Palazzo Reale a Milano – è considerato uno dei maggiori esponenti del Surrealismo, benché si allontanò poi dal movimento, come del resto fece De Chirico, nei confronti del quale peraltro Ernst ha un grande debito artistico.

La sua arte è l’espressione di una visionaria concezione della realtà, popolata da figure amorfe che giacciono e si muovono scuotendo l’immaginazione, oggetti, animali, paesaggi e strani personaggi che evocano mondi fantastici. Esseri che ribadiscono la loro materialità in un universo immateriale ai confini dell’immaginazione e del possibile.

“L’Angelo del Focolare” venne dipinto nel contesto della guerra civile spagnola e delle tensioni che stavano preparando la tragedia della seconda guerra mondiale.

Un mostro variopinto e gigantesco, formato per accumulazione da una testa di condor con il becco appuntito e irto di denti aguzzi e pezzi di altri acuminati animali, simboleggia l’Europa, madre dei propri figli, ma folle ed ebbra di sangue.
Una creatura che distrugge tutto ciò che incontra, provocando una guerra fratricida che trasformerà essi stessi, simboleggiati dal mostriciattolo accanto ad essa, in entità mostruose appuntite e minacciose, e che danza in un ambiente privo di contestualizzazione, in un mondo che non ha niente a che spartire con la cultura e con l’uomo.

La stessa figura nel suo insieme evoca il simbolo della svastica.

E mi sia consentita una considerazione personale.
Quest’opera è stata spesso associata al “Saturno che divora i suoi figli” di Goya, ma vi è a mio avviso una differenza capitale: qui – contrariamente che in Goya – l’immagine richiama un profondo senso di ordine e di razionalità.
Sono i caratteri immanenti alla “modernità”, nel cui contesto si sono espressi gli olocausti, i genocidi, le guerre e le persecuzioni dell’ultimo secolo.
Siamo abituati a vedere questi eventi come parentesi con le quali la storia deve fare i conti, ma che, alla fine, possono essere relegate a deviazioni dolorose ma residuali.

No! Si tratta dell’essenza stessa dei caratteri della modernità, in cui, obiettivi, giudizi di compatibilità, impianti ideologici, tecnologia e potenza, consentono, con dinamiche automatiche, di perseguire coralmente le strade ritenute all’occorrenza di volta in volta più “opportune”, nelle quali l’umanità, o meglio sarebbe dire l’”umanesimo”, viene soverchiata.
Senza questa consapevolezza non potremo apprestare il costante allerta indispensabile a evitare quelle derive, sempre più incombenti sulla contemporaneità.