Sebbene il primo titolo fosse “Un luogo tranquillo”, l’opera è in realtà molto tesa.

Böcklin, a seguito di varie richieste, ne realizzò cinque versioni con alcune varianti cromatiche, strutturali e direi anche emotive.
Ho scelto la terza perché nel complesso per me più sostenibile.

Una piccola barca a remi, simbolo del trapasso, condotta da un personaggio a poppa vestito di bianco, si avvicina a un isolotto roccioso, allegoria del regno dei morti, sopra una distesa di acqua scura, a sua volta metafora del dolore per la separazione.
E’ il viaggio dell’anima nell’aldilà, in una concezione tutta pagana.
Non viene alla mente il VI Canto dell’Eneide e con esso, inevitabilmente, la Divina Commedia?

L’Opera è considerata l’icona del simbolismo.
Capace di creare intorno a sé un vero e proprio “club” di ammiratori, da D’Annunzio a Freud, da De Chirico a Dalì, da Strindberg a Rachmaninov, da Lenin a Hitler (che ne possedette una versione).

Un quadro da alcuni ritenuto “maledetto”: molto più di una scenografia della morte ma un passaggio “all’altra parte dello specchio” nel paradosso visivo e metafisico di un’ombra “che riflette la sua ombra”.