E’ probabilmente una delle opere più note dell’arte concettuale.
Ne furono realizzati novanta esemplari di cui oggi ne sono rimasti circa settanta.
Il contenuto delle scatole sigillate, etichettate e simili a quelle della carne conservata, pesa trenta grammi.
Il prezzo di vendita era ufficialmente quello dell’oro zecchino, ma la transazione doveva avvenire mediante scambio diretto con il metallo prezioso, senza l’intermediazione del denaro.

Cosa veramente contenessero le scatole nessuno lo sa.
Pippa Bacca – nipote dell’artista e a sua volta artista e protagonista di una tristissima vicenda di cronaca – disse che contenevano marmellata.

Ma ciò che conta, come in tutta l’arte concettuale, è l’idea.
Una chiave interpretativa dell’opera è la messa in ridicolo del sistema dell’arte, alludendo al fatto che un artista sostento dalla critica, troverebbe mercato al di là delle proprie qualità.

Benché già dal “dada” – ad esempio “L.H.O.O.Q.” di Marcel Duchamp – sia andata in scena l’irrisione dell’arte, va detto che il “concettuale” passa messaggi più complessi.
Abbiamo visto ad esempio il discorso di Kosuth e di Bochner sulla lingua; quello di Opałka sul tempo, la provocazione di Paolini sul rapporto tra opera e spettatore e il viaggio onirico nella memoria di Boltanski.

Manzoni studia e sperimenta l’opera in funzione del corpo dell’artista e a volte di quello dello spettatore, come in “Base magica”, un supporto sul quale chiunque può essere considerato scultura.
Nel caso dell’opera qui presentata il rapporto è simbolico giacché è precluso il contatto diretto con il contenuto della scatoletta.
Sulla stessa linea ricordiamo “Impronte”, “Fiato d’artista”, come pure il progetto delle fiale di “sangue d’artista”.

E così il corpo diventa firma, sigillo e certificato di autenticità.
Ma sopratutto si pone sacralmente come reliquia.