Oggi ricorre il centenario della nascita di Pier Paolo Pasolini.

Mi pareva però scontato – in questo nostro appuntamento settimanale – proporre un suo lavoro.
Per una volta vi offro l’Autore come opera d’arte.

Non è possibile però comprendere questo grande artista e intellettuale se non si muove dalla sua umanità. Un’umanità che a sua volta non può prescindere dal suo personale dolore derivatogli da una lunga persecuzione, anche giudiziaria.

“Il libro bianco di Pasolini” è la storia, molto ben contestualizzata nell’epoca in cui accade, dei suoi 33 processi. Un lavoro godibilissimo, intrigante e, per i colleghi, anche a tratti interessante sul piano giuridico.

Si incontrano spaccati del perbenismo dell’epoca, magistrati a volte meschini a volte colti e coraggiosi, interrogatori di intellettuali chiamati alla sbarra per discutere delle sue opere, e personaggi di ogni tipo che hanno avuto un “ruolo in commedia” in questo drammatico pezzo di storia.

A Pasolini era chiaro quello che stava succedendo: sapeva benissimo che non erano normali le azioni giudiziarie che venivano avviate costantemente nei suoi confronti. Sapeva altresì che ciò era dovuto al fatto che lui travalicava i paletti non consentiti e i comportamenti non ammessi nella società del suo tempo e forse di ogni tempo.

E mentre stanotte leggevo questo testo, sempre più mi convincevo di trovarmi di fronte – ancora una volta nella storia umana – a una vittima sacrificale che, per la grandezza del suo pensiero e la qualità delle sue risposte, rimane ancora oggi un’assoluta avanguardia.