Antoni Tàpies è stato uno dei più significativi pittori spagnoli.

E’ emblematico e curioso che nel 2010 la Corona di Spagna lo abbia insignito con il titolo nobiliare di Marchese, trasmissibile agli eredi e quindi non con un semplice titolo ad personam.

Figura di spicco nel movimento dell’Arte informale, fu pioniere della tecnica Haute pâte (pasta spessa), in cui il colore veniva mescolato con altri materiali come ghiaia, gesso, pietra e carta, che rendevano la superficie di lavoro incredibilmente spessa.

Oltre all’uso dei materiali bagnati con la pittura, Tàpies strappa, graffia, pratica incisioni più o meno profonde sulla tela stessa. Il risultato non è un’opera piatta, ma un lavoro che gioca sul volume, con texture straordinariamente ruvide e a volte molto porose.

Come tutta la creazione dell’informale, i suoi lavori sono complessi. Siamo infatti in frontale polemica con qualsiasi forma d’arte, sia figurativa che astratta, in un “luogo” dove l’”evento artistico” si esaurisce nell’atto stesso della creazione. Il gesto viene enfatizzato e la materia diventa protagonista, esprimendo al massimo l’energia creativa dell’artista.

E questo forse spiega anche perché le opere, a volte, fanno parte di serie tematiche e sono spesso senza titolo.

L’informale europeo e l’espressionismo astratto nord americano sono stati snodi preziosi nella storia dell’arte, ma vorrei terminare il viaggio di quest’anno – e quindi dedicare gli ultimi due sabati prima dell’interruzione estiva – con un cenno all’incredibile esperienza artistica loro omologa in Giappone: il “Gruppo Gutai”.