Del caso DC LegalShow si può agevolmente leggere sulla stampa.
Si tratta di foto pubblicate su Instagram da due colleghe torinesi che presentano la propria immagine professionale in una cornice leggera di lusso e spensieratezza.
Da quanto ho inteso il motivo di tensione riguarda l’art. 9 del Codice Deontologico Forense, sui doveri di probità, dignità, decoro e indipendenza.
Attualmente la vicenda è all’attenzione delle istanze dell’avvocatura, e lì la lasciamo.
Le eventuali indicazioni che da quelle sedi dovessero pervenire saranno certamente utili e preziose per tutti noi avvocati.

Qualche tempo fa passò agli onori della cronaca un altro caso, ritengo a tutti noto, sulla comunicazione professionale pubblica sempre di un avvocato, del quale molto si discusse.

Mi trovo però a rilevare che la stampa, e conseguentemente anche la comunità di noi avvocati, discuta di certi temi essenzialmente quando c’è una notizia.
Senza una notizia sembra difficile pensare di poter veicolare un concetto, e certamente non vi è un prodotto giornalisticamente “vendibile” e in grado di accarezzare l’interesse e a volte la “curiosità”.

Il tema della comunicazione dell’avvocato è però un argomento che varrebbe la pena, o sarebbe valsa la pena, di essere trattato indipendentemente da vicende contingenti.

E’ molti anni che gli avvocati, in un modo o nell’altro – appropriato o discutibile – comunicano di sé e della propria attività professionale, attraverso diversi canali.
Tuttavia solo quando sorge il caso, l’interesse si desta e sempre e solo per il tempo strettamente necessario ad esaurire il “calore” della notizia.

Ma la caccia alle streghe, di per sé, non è una strategia vincente nel lungo periodo e rischia che i frutti, (eventualmente) attesi, siano alterati dall’emotività del momento.

Auspico che si possa intraprendere una riflessione strutturata sul tema, muovendo dai principi del Codice Deontologico, il quale peraltro attinge dalla tradizione e dal ruolo sociale della nostra professione. Ed è certamente giunto anche il momento di pensare a come declinare queste regole – in modo responsabile e serio – alla luce degli strumenti della tecnica e del contesto socio-economico e culturale di oggi.

E mi sia consentito aggiungere infine che ogni valutazione dovrebbe essere svolta senza approssimazioni, la cui tentazione è certamente comprensibile all’epoca della “massività” dei fenomeni, ma rischia di portare a derive inconcludenti.

Lasciamo quindi da parte i roghi e iniziamo a riflettere con la ricchezza di risorse di cui noi tutti disponiamo.
Confido nel lavoro delle istanze dell’avvocatura che rappresentano il riferimento più importante per tutti noi.