Non ogni assenza è fuga.
A volte è scelta, a volte è un atto di libertà, a volte è un gesto che dice: non intendo più partecipare a questo rito.

Il Brasile, sotto la guida del Presidente Lula, ha annunciato il ritiro dall’“International Holocaust Remembrance Alliance” (IHRA), l’organizzazione intergovernativa che promuove la definizione operativa di antisemitismo più usata nei contesti diplomatici.

È una scelta divisiva, certo, ma non è negazionista e non è antisemita.
Pone una domanda politica e culturale, che ci riguarda tutti: che uso stiamo facendo della memoria storica?

Chi conosce la storia sa che la Shoah non è solo il prodotto del nazismo, né un fatto tedesco o ebraico soltanto.
L’antisemitismo in Europa ha secoli di storia: dai pogrom medievali fino alle Crociate, quando le truppe franche massacrarono le comunità ebraiche di Germania, Ungheria, Balcani.
Quando presero Gerusalemme, uccisero chiunque: musulmani, ebrei, cristiani orientali.
I cronachisti dell’epoca scrissero che “il sangue scorreva fino ai garretti dei cavalli”.
Lì – non nel 1933 – nasce la prima idea di “uomo sub-umano”.

Questo non si dice per attenuare la Shoah, ma per ricordare che la violenza è più antica del nazismo. E più radicata nel nostro stesso immaginario europeo.
Negli ultimi decenni, l’Olocausto è stato trasformato in un monumento salvifico. Il nazismo è diventato la “bad company” a cui addossare tutti i peccati, mentre l’Occidente si riscopriva innocente.
In questo modo, la Memoria è diventata un meccanismo di rimozione. Uno specchio che riflette solo ciò che ci assolve.
Così oggi si è finito per tollerare nuovi orrori, nuovi assedi, nuovi crimini, senza empatia, senza vergogna, senza umanità.

Il gesto del Brasile rompe la narrazione autoindulgente.
Ricordare che la Memoria, per essere autentica, deve renderci giusti, non innocenti.
Non è un attacco agli ebrei; è un interrogativo rivolto all’Occidente: chi decide quale dolore ricordare? E quale ignorare?

La Memoria non è una liturgia, non si celebra per obbligo, non si impone per decreto, non si salva per convenienza.
Se oggi qualcuno ha il coraggio di rifiutare l’ipocrisia, non è un nemico della Memoria.
Potrebbe essere, forse, uno dei pochi che ancora la prende sul serio.