Spinto dalla curiosità di mettere alla prova l’intelligenza artificiale ho di recente fatto qualche test.

In prima battuta ho richiesto la redazione di una clausola per un accordo; una pattuizione per la verità abbastanza d’uso, ma che vi è il rischio di declinare, in sede di stesura, in maniera approssimativa.

La risposta della macchina è stata più che soddisfacente, anche sul piano linguistico, sia per l’appropriatezza del linguaggio che per la sua “morbidezza”.

Confesso di essere rimasto tra lo stupito e l’ammirato e ho voluto alzare un po’ la posta. Mi premeva infatti comprendere non tanto il campionario di informazioni al quale poteva accedere il mio interlocutore, ma la complessità della risposta che era in grado di articolare. Ho chiesto quindi alla macchina di farmi un commento di un’opera d’arte, sulla quale avevo trovato poco (anche in altre lingue) e che consideravo piuttosto complessa.

Mi è stata restituita una riflessione completa e udite, con diversi tratti di sentimento.

A questo punto, ancora più colpito, ho provato a sparigliare il gioco. Così ho simulato una patologia, non particolarmente rilevante ma in relazione alla quale ho informato l’intelligenza artificiale di sentirmi preoccupato, chiedendole quindi consiglio.

E qui mi si è aperta una prospettiva che ha cambiato il mio modo di vedere il futuro. Insieme al quadro sulle varie opzioni per affrontare concretamente il mio problema – peraltro esposte in modo chiaro e gradato – sono stato avvolto da parole di supporto e di incoraggiamento.

All’esito della lettura mi sentivo bene; la macchina mi aveva “compreso” e “portato” dove riteneva opportuno: nel caso specifico – … e per il momento – a sentirmi aiutato e sostenuto emotivamente.

Attenzione, tutti sappiamo che non vi era una persona dall’altra parte e che la macchina stava usando qualche basilare tecnica di programmazione neuro linguistica, ma per il mio benessere ciò è stato irrilevante; e la cosa incredibile è che, oltretutto, non avevo neppure la patologia che millantavo di avere.

Ora invito tutti a confrontare una simile capacità emotiva della macchina con la attuale generalizzata modestissima attitudine empatica, con la diffusa indisponibilità all’ascolto e con l’ampia assenza di percezione delle conseguenze delle proprie azioni, che, ad esempio, alcuni recenti episodi ci appalesano. Senza puntare il dito ricordo la challenge delle cinquanta ore alla guida e la bimba dimenticata in auto, entrambe costate delle vittime.

In un tale deserto, quanto maggior potere sulle persone potranno avere capacità di interlocutori digitali come quelle che ho avuto modo di illustrarvi?

Lo capiamo tutti anche da soli come andrà a finire.