Ci stanno preparando alla guerra.
A pensarla. A giustificarla. A desiderarla.

Le agenzie di stampa la chiamano “riarmo”.
I think tank la chiamano “deterrenza”.
I commentatori la chiamano “realismo”.

Ma è sempre la stessa cosa: l’addestramento mentale alla distruzione.
La Russia, la Cina, l’Iran: ogni giorno un nuovo nemico utile a oliare le cerniere di un’industria bellica che non conosce recessioni.
L’Europa si riarma. La Germania in testa.
Come se la storia non avesse già urlato abbastanza forte.

E così ci preparano. Ci addestrano. Ci anestetizzano.
E noi? Parliamo poco di pace. Forse perché la pace non produce PIL.
Perché non ha sponsor. Perché non si vende in 3D.

Ma la pace non è l’assenza di guerra.
È un patto generazionale. Un giuramento silenzioso: “non restituiremo ai nostri figli un mondo peggiore di quello che ci è stato dato”.

E invece no. Facciamo come quelli prima di noi.
Distratti. Irresponsabili. Narcisisti.
Paghiamo i nostri errori con il debito pubblico e lasciamo che siano loro a regolare i conti.
Siamo diventati il problema che fingevamo di combattere.

La pace, oggi, non è più una scelta. È un dovere storico.
Se non altro, per evitare che un giorno, in una scuola bombardata, qualcuno si chieda perché nessuno ha detto: “fermatevi”.