
No, questo non è un post di gossip.
E no, non c’è niente di glam e di stiloso da commentare: qui, c’è solo l’abito di Lauren Sanchez, che pare uscito da un incubo venezuelano con budget hollywoodiano.
Nulla da dire sull’amore (che Dio lo benedica, se ci crede), ma sull’estetica potremmo aprire un capitolo intitolato “Volgarità con algoritmi di precisione”.
Non è nemmeno un post sulla ricchezza, che ormai è diventata una parola da poveri.
Questi non sono ricchi. Sono altro.
Ricco è chi ha una bella casa, una villa al lago, qualche milione in banca e una collezione di orologi da alternare con la Maserati.
Bezos non è ricco. Bezos è un punto decimale nel grafico dell’economia globale. Una forma di geografia finanziaria più che una persona.
Questo matrimonio non è un evento, è un sintomo.
Il prodotto finale di un sistema in cui i super oligarchi non comprano solo beni: comprano contesto, spazio pubblico, città e soprattutto immaginario.
Comprano Venezia come si prenota un privé di un locale di lusso.
Per tre milioni (noccioline, nella sua contabilità) Bezos si prende il diritto di sfilare nella città simbolo della decadenza europea come se fosse il protagonista di un reality distopico che chiama “vita vera”.
Amazon ha innovato? Sì. Ma ha anche spolpato il tessuto del piccolo commercio, ridefinito i concetti di sfruttamento logistico, e reinventato l’arte della minimizzazione fiscale su scala interplanetaria.
E il problema non è tanto che Bezos possa fare tutto questo.
Il problema è che sia normale. Che sia accettato. Che lo si guardi con un misto di ammirazione, rassegnazione e aspirazione.
Che quasi nessuno si chieda più se Venezia debba essere profanata, e non solo affittata.
Alla fine, non è lui il problema.
Siamo noi, che abbiamo venduto la nostra immaginazione al miglior offerente, e applaudiamo.
Un piccolo, grande show in una Venezia decadente, sullo sfondo di un mondo al crepuscolo.
Da parte sua, Venezia non piange. Conta l’incasso, saluta, e si rifà il trucco.

