In questi giorni mi sono imbattuto in un articolo pubblicato su Vanity Fair dal titolo “Tutti gli uomini pensano come pensa un femminicida” .

Sul momento ho creduto si trattasse di una qualche iperbole dissacratoria di una delle ormai sempre più frequenti “intemperanze” femministe, che con la parità di genere – diciamocelo onestamente – nulla hanno a che spartire.
Invece no, la giornalista si prendeva veramente sul serio.

L’incipit era il seguente: “(…) ma qui veniamo alla ragione per cui ho accettato di scrivere questo pezzo: determinare che tutti gli uomini pensano come pensa un femminicida (…)”.
Ora, il termine “determinare” qui non significa alcunché. Forse l’Autrice si è confusa e voleva dire “confermare”, e del resto è questo l’unico significato che avrebbe un senso nel contesto. Ma se così fosse il metodo mi parrebbe errato, dato che con un’intervista – almeno tale pretende di essere l’articolo – non si dovrebbe ambire a confermare bias cognitivi ma piuttosto a indagare su un tema e poi eventualmente a concludere, possibilmente argomentando.

E ancora si legge: “Gli uomini difficilmente comprendono la tristezza, la paura, la fatica, la malinconia. Inglobano tutto nella rabbia, l’unica emozione che esercitano e che divora tutte le altre, tanto da gonfiarsi in modo spasmodico e poi esplodere. Non c’è frammentazione, non c’è equilibrio.”
E qui ogni barlume di credibilità del discorso irreparabilmente naufraga tra i flutti del non senso.

Null’altro aggiungo sul contenuto del testo – che però invito tutti a leggere – se non l’ultimo pensiero: “La misoginia degli uomini è puro terrore di risultare superflui, non più indispensabili alle donne (…)”.
Non vedo però l’automatismo preteso, dato che, almeno per quanto mi riguarda, so benissimo di essere superfluo e non per questo vado in giro ad uccidere le donne.
E ciò non solo perché la vita degli altri (pardon, delle altre)  mi preme, ma al pari perché, se alla sera realizzo che durante il giorno ho strappato un sorriso o asciugato una lacrima, mi basto.

La verità é che mi sono sentito profondamente offeso leggendo questo testo e per un bel po’ Vanity Fair non farà più parte delle mie letture.

Ma la cosa davvero grave è che se avessi sedici anni e invece di leggere Dostoevskij o Dumas, come si fa a quell’età (e come a questo punto suggerisco sempre più di fare), mi fosse capitato di leggere un articolo del genere, privo della struttura culturale, teorica ed umana della quale la vita mi ha attrezzato mi sarei sentito ingiustamente inadeguato e forse perfino timoroso di arrivare ad uccidere un giorno una mia potenziale compagna.
E se invece fossi stato una ragazza adolescente, mi sarei fatta una rappresentazione distorta dell’universo degli uomini, forse perfino compromettendo la costruzione di una sana relazione con loro.

Bel risultato, vero?
E’ così che innerviamo la società dagli anticorpi che ci occorrono per curarne le ferite?