Condivido il mio contributo pubblicato su Labor – Il lavoro nel diritto, in merito a Cass. 2 ottobre 2025, n. 26575
, una decisione significativa nella lettura del danno causato dal lavoratore al datore di lavoro.
A volte questo tipo di danno non nasce da un gesto isolato, ma dal modo in cui un’organizzazione costruisce – o trascura – le proprie cautele.
Muovendo dagli artt. 1227 e 1228 c.c., la decisione ricolloca il cuore della responsabilità dentro la struttura organizzativa: là dove il rischio è creato, alimentato o non governato, anche il datore concorre all’evento.
Non è una riduzione della colpa del lavoratore: è un riequilibrio necessario.
La giurisprudenza più recente tratteggia un quadro coerente: la responsabilità non è più solo una misura dell’errore individuale, ma una lente che illumina il funzionamento complessivo dell’impresa.
Là dove l’organizzazione avrebbe potuto prevenire, informare, vigilare, la responsabilità diventa corresponsabilità.
Ne emerge un principio forte: la colpa del singolo non può assorbire la colpa dell’organizzazione.
È una ricomposizione che riporta il sistema al suo baricentro naturale: dove c’è potere, deve esserci vigilanza; dove c’è organizzazione, vi è responsabilità.



