
Avendo seguito intensamente l’emergenza umanitaria a Gaza, a un certo punto mi sono ritrovato in un vicolo cieco.
Eugenio Cardi, con “Il Fornaio Libanese”, mi ha restituito una prospettiva.
In un tempo in cui il dibattito è stato spesso silenziato, polarizzato o schiacciato dall’urgenza del presente, questo romanzo riesce là dove molti analisti e opinionisti hanno fallito: restituire complessità, contesto e – soprattutto – umanità.
Siamo nel 1982, durante l’invasione israeliana del Libano. Najma e Zaynab, due giovani sorelle palestinesi, scelgono di resistere in due luoghi diversi, unendo forza, dignità e coraggio. Una storia ispirata a fatti reali, narrata con la delicatezza che solo la letteratura può concedersi.
Non è solo un romanzo. È un richiamo alla memoria collettiva, capace di farci uscire dalle semplificazioni e dai toni d’odio, invitandoci a sentire, più che a giudicare.
Significativa la scelta del punto di vista: le protagoniste sono donne, mentre gli uomini restano sullo sfondo.
È uno sguardo originale, narrativamente potente e, in un certo senso, necessario.
“Il Fornaio Libanese” non riduce il conflitto a una dicotomia ideologica, non elude la responsabilità storica, né cede alla retorica.
Racconta con lo sguardo di chi ha vissuto, e non solo subìto.
E forse, proprio per questo, ci offre ciò che oggi ci manca di più: una visione umana, empatica, capace di riconoscere dolore e diritto senza lasciarsi travolgere dal risentimento.

