Proseguendo le riflessioni iniziate l’altra volta sul mutamento morfologico delle relazioni tra cliente e professionista, vediamo qualche possibile causa.

1.
La strategia delle “organizzazioni” è sempre più quella di alleggerire la struttura amministrativa – a beneficio del core business – focalizzandola più che altro sui flussi di controllo e reporting di numeri, fenomeni e problemi d’insieme, senza eccessivi approfondimenti.
Viene accettata l’idea che le eventuali implicazioni e conseguenze negative di tale assetto siano più che compensate dal maggiore risparmio di costi e di tempi, e che comunque non “valga la pena” fare diversamente.

2.
Perciò gli organici si sono ridotti, spesso a beneficio di gestioni standardizzate ed extra nazionali delle numerose complessità italiane.
I nuovi profili sono perciò meno disponibili a processi di analisi, né per il vero sono stati formati a farlo.

3.
Anche l’abitudine ad un approccio eccessivamente “digitale” sfilaccia il dialogo.

4.
La preparazione tecnica, almeno in certi ambiti, è ritenuta uno skill superfluo se non addirittura ingombrante.

5.
Il lavoro agile – del quale mi considero precursore in tempi non sospetti – è utilizzato in misura sempre più spinta ma porta alcune criticità:
– non vi è ancora una cultura dei manager di organizzare correttamente i propri team;
– l’isolamento, in alcuni specifici casi, non aiuta la qualità del lavoro;
– l’impressione – se posso essere sincero – è che il tempo dedicato proficuamente al lavoro si sia sostanzialmente ridotto.
Certamente lo smart working è parte ineludibile del futuro ed ha enormi potenzialità, ma necessità di un ripensamento maturo e di un’assunzione di responsabilità da parte di tutti.

6.
Le relazioni umane si sono standardizzate a ribasso.
Rinvio ad esempio a quanto osservavo circa le modalità di comunicazione.
Ed anche al di fuori di alcuni casi di vera e propria superficialità e trascuratezza, a me pare sia diffusa una diversa cultura dei rapporti, che spesso incide sulla qualità del lavoro.

Le risposte del professionista a tutto questo, mi pare sia quella di adeguarsi piattamente. Ed è comprensibile e a tratti giusta, in un ottica di “fidelizzazione”.
Del resto nella vita è molto più facile trovare una persona “valida” che una persona “adeguata” ai nostri bisogni, giusti o sbagliati che essi siano, ammesso che i bisogni siano passibili di giudizio.
E perciò un professionista “adeguato” ad una “organizzazione” vale molto di più di uno competente. Almeno nel mondo delle percezioni, che poi è l’unico esistente.

Concludendo, non sarà possibile cambiare la nuova rotta ma forse lo sarà costruire relazioni, sì accudenti ma al contempo virtuose, tentando di negoziare piccoli correttivi.
In fondo il sistema sta cambiando senza avere una strategia davvero consapevole e un contesto di autogestione è sempre il luogo più adatto dove scrivere una storia.