
Iu un social, qualche giorno fa, avevo scritto una breve riflessione
sull’outfit indossato da Giorgia Meloni al ricevimento presso l’Ambasciata USA, in occasione della festa per il 4 di luglio.
Non parlavo del corpo, né facevo ironie da rotocalco estivo.
Mi concentravo sul linguaggio visivo: il color cipria, il pizzo rassicurante, i sandali nude, la micro-borsa, tutti segni che a mio avviso, in quel contesto, comunicavano neutralità, compiacenza e remissività.
Un abito che sembrava dire al potente alleato nord americano: “non comando, piaccio”.
Il mio intento: decifrare un messaggio di postura politica in un contesto diplomatico.
Una Collega, che stimo, mi ha però scritto che la mia riflessione era “decisamente sessista”.
Un’accusa seria, che mi ha portato a riflettere.
Nel linguaggio della leadership globale, il vestito è discorso.
Quando Zelensky indossa pantaloni e maglia militari anche a Bruxelles e alla Casa Bianca, parliamo di estetica bellica.
Quando Macron si fa fotografare sudato, in camicia aperta, è costruzione virile del potere repubblicano.
Quando Draghi porta un completo blu impeccabile a Washington, è segnale di continuità con l’élite euro-atlantica.
Lo stesso vale per Angela Merkel, che ha trasformato la sua sobrietà sartoriale in un marchio di potere rassicurante; per Kamala Harris, che alterna blazer e sneakers come simbolo di equilibrio tra istituzione e pop; per Ursula von der Leyen, che veste l’Europa nei toni del controllo e della compostezza; per Alexandria Ocasio-Cortez, che ha politicizzato perfino il suo iconico rossetto rosso.
E alla fine sì, anche per Giorgia Meloni, il cui abito parla, eccome, anche quando tace.
Capire il potere significa anche leggerne i segni.
Il corpo, gli abiti, i colori, sono simboli politici, non frivolezze.
È semiologia, e il sessismo non c’entra.
Sarebbe come dire che indignarsi per Gaza è antisemitismo o che ironizzare sul kitsch queer è omofobia.
E a questo punto la vera domanda diventa:
“È più sessista chi analizza un messaggio politico veicolato da un abito, o chi presume che una donna potente non possa essere soggetta ad analisi … proprio perché donna?”
A me pare che, almeno sulle categorie generali, il linguaggio del confronto pubblico dovrebbe avere codici condivisi.
Quando tutto è sessismo, antisemitismo o omofobia, nulla lo è più davvero.
E a forza di brandire parole preziose, come clave da dibattito, ne svuotiamo il senso, ne logoriamo il peso, fino a renderle inutili, proprio quando dovrebbero proteggere, spiegare, e soprattutto prevenire.
E’ quello che davvero ci serve?

