Da “Famiglia Cristiana”
“UN CORO UNANIME CONTRO LA CENSURA DEI LIBRI DI ROALD DAHL – La notizia che l’editore inglese del grande autore abbia deciso di epurare i suoi testi da termini giudicati poco politically correct e anche di cambiare intere frasi ha suscitato l’indignazione degli scrittori.”

Molti pensieri mi si presentano.

Nell’arte stravolgere un testo significa violare l’autore e decontestualizzare l’opera rispetto all’epoca in cui è stata scritta.
E a volte il contesto è anche contemporaneo. Il linguaggio di “Ragazzi di vita” di Pasolini venne portato a processo; l’immenso Ungaretti scrisse al Giudice a difesa dell’autore: “Le parole messe in bocca a quei ragazzi, sono le parole che sono soliti usare e sarebbe stato, mi pare, offendere la verità, farli parlare come cicisbei.”.

Ma andiamo un po’ oltre.

Ormai riprovo la “cancel culture” e il “politically correct” a ogni costo.
Perdonatemi gli inglesismi ma qui ci stanno bene perché sono tanto inadeguati quanto il pensiero che esprimono.

In primo luogo il risultato è esteticamente orrendo.
Regolamenti e statuti pieni di asterischi. Ma se abbiamo bisogno di tanti asterischi per gridare al mondo che “noi” non ci mettiamo le dita nel naso, forse il problema non sta nel linguaggio.

In secondo luogo l’inclusione passa per il riconoscimento delle diversità. Personalmente non voglio essere incluso in nulla se non ho la certezza di essere stato prima visto nella mia unicità.

L’inclusione è poi un prodotto tanto complesso da non poter essere costruito con dogmi o con artifici linguistici, ma giorno per giorno. La prima agenzia educativa è la famiglia e, se il bambino è sul divano e la sorellina è chiamata ad aiutare la mamma a sparecchiare, il messaggio sarà eloquente.

Non voglio pari opportunità, ma persone che siano capaci di non voltarsi dall’altra parte quando vengo aggredito ed emarginato.
Non voglio asterischi, ma colori che declinino ogni sfumatura.
Voglio che si possa non sapere chi si è senza che ciò sia fatto continuamente presente con una pioggia di “schwa”: un carattere tipografico che non esiste, mentre le persone esistono.
Voglio poter essere debole, voglio potermi permettere il lusso di non dover sempre salire sul podio, voglio poter essere protetto senza bisogno di decaloghi.

La correctness linguistica non sarà un bavaglio o una censura solo se prima avremo “capito”, e in quel momento non servirà più.

Tutta questa ipocrisia è solo la scorciatoia per ottenere una coscienza immacolata; ma quando la coscienza appare troppo pulita, spesso è perché non è mai stata usata.