“Dada” è stato il movimento d’avanguardia in assoluto più dirompente.
Non lo chiamerò “Dadaismo” perché gli artisti che ne fecero parte non amavano gli “ismi”.

Tutto inizia nel 1916 a Zurigo al “Cabaret Voltaire” (nome questo che di per sé mi pare un ossimoro) .
Nel clima della prima guerra mondiale, nell’ambito della crisi morale dei valori borghesi che avevano portato al disastro, Hugo Ball gridava al mondo: “Non ci convinceranno a mangiare il pasticcio putrefatto di carne umana che ci offrono”.

Il movimento interessò diversi campi, dalle arti visive alla letteratura, al teatro, alla grafica e fotografia (specie in Nord America). In questo senso è simile al Futurismo, al quale però si pose in frontale contrasto circa le intenzioni: Dada era infatti contro la guerra.

Sono sedotto da questa prosa di Tristan Tzara, contenuta nel secondo manifesto del movimento, del 1918:
“Scrivo un manifesto e non voglio niente, eppure certe cose le dico, e sono per principio contro i manifesti, come del resto sono contro i principi (misurini per il valore morale di qualunque frase). Scrivo questo manifesto per provare che si possono fare contemporaneamente azioni contraddittorie, in un unico refrigerante respiro; sono contro l’azione, per la contraddizione continua e anche per l’affermazione, non sono né favorevole né contrario e non dò spiegazioni perché detesto il buon senso.
DADA non significa nulla.”

E’ un’arte che vuole destabilizzare e scuotere: l’opera non è più l’immagine della natura né l’espressione di uno stato d’animo, ma è esclusivamente se stessa; gli artisti si auto definiscono “tecnici di montaggio”.

Qualche tempo fa avevo proposto Fontana” di Marcel Duchamp.
Oggi ecco invece il suo “L.H.O.O.Q.”.
Si tratta di una riproduzione fotografica del capolavoro rinascimentale di Leonardo, a cui però sono stati aggiunti dei baffi ed un pizzetto, come farebbe uno scolaro sul suo libro di storia dell’arte.
L.H.O.O.Q. pronunciate in francese suonano come la frase “Elle a chaud au cul” letteralmente “Lei ha caldo al culo”, che significa “Lei si concede facilmente”. Può essere letto anche come la parola inglese “look”: “guarda”.
L’opera è di fatto un’espressione di anti conformismo attraverso la dissacrazione di un mito artistico consolidato, al fine di mettere in ridicolo il gusto borghese, superficiale e omologato.