Come anticipato all’inizio del nostro viaggio nel Dada, questa esperienza culturale approdò anche a New York, dove gli artisti del movimento si coagularono non in un locale di svago – quale fu a Zurigo il “Cabaret Voltaire” – ma nella piccola “Galleria 291”.

Man Ray, pittore, grafico e fotografo statunitense (ricordiamo il suo leggendario “Le violon d’Ingres” ), con l’amico Duchamp getto le basi del Dada newyorkese.

“Oggetto da distruggere” è un opera al contempo delicata e drammatica.

Si tratta di un metronomo sulla cui punta l’Autore incolla la fotografia di un occhio.
E’ un lavoro che parla d’amore e di tempo. Il tempo è scandito in maniera costante, quasi ipnotica, dal metronomo, mentre l’amore, lentamente, col succedersi delle oscillazioni, svanisce.

L’originale andò perduto (si racconta per mano di un visitatore che prese alla lettera il titolo dell’opera) e una seconda versione venne realizzata nel 1932.
Quest’ultima è corredata da un libretto di istruzioni nel quale viene consigliato un piccolo lavoro di bricolage: vi è scritto di tagliare un occhio a una fotografia che rappresenti una persona che si ha amato, ma che per qualche motivo non si ama più. Questa parte va attaccata al pendolo di un metronomo dopo aver regolato il suo peso in base al tempo che si desidera scandire. Le istruzioni dicono di continuare a guardare il metronomo, come in meditazione, fino al limite della resistenza e infine concludere il tutto, in una specie di rituale, armati di un grosso martello. La sfida è cercare di distruggere l’oggetto in un colpo solo.

Nel lasciare oggi con tristezza il Dada (per non annoiarvi troppo i prossimi Sabati), concludo dando la misura della grande influenza che il movimento ebbe anche a distanza di decenni e azzardo un accostamento che traggo proprio dall’opera che vi ho proposto oggi.

Chissà se i due autori sarebbero contenti, ma “Oggetto da distruggere” mi ricorda moltissimo “Amanti” di Félix González-Torres, di cui ho parlato tempo fa.
Due orologi affiancati e sincronizzati: Felix e il suo compagno Ross.
Pur nell’inquietudine del tempo, questo lavoro ci restituisce una prospettiva opposta.
“Non aver paura degli orologi”, aveva scritto Felix a Ross nel 1988, “sono il nostro tempo, il tempo è stato generoso con noi. Abbiamo marchiato il tempo col dolce sapore della vittoria. Abbiamo dominato il destino incontrandoci in un certo tempo e in un certo spazio. Siamo un prodotto del tempo, perciò rendiamo merito a chi è dovuto: al tempo stesso. Siamo sincronizzati, ora e per sempre”.