Mentre la società civile – nei suoi diversi livelli – ha mostrato in questi mesi un dibattito intenso, responsabile e spesso profondo, nel mondo politico e nei media mainstream l’omertà sul massacro in corso a Gaza è stata per lungo tempo pressoché assoluta.

Non dappertutto, va detto.
Molti paesi – infatti – hanno espresso prese di posizione chiare, come evidenzio nel mio breve pezzo “Chi ha davvero condannato Israele? Carrellata geopolitica oltre le ipocrisie” .
Ma oggi qualcosa sta cambiando anche nel cuore dell’Occidente.

Negli ultimi giorni, alcune delle principali testate britanniche hanno rotto il fronte del silenzio. E non si tratta di commenti individuali: sono editoriali ufficiali, approvati dai comitati di redazione.
→ Financial Times: “Il vergognoso silenzio dell’Occidente su Gaza”.
Denuncia l’immobilismo morale di USA e UE e chiede di non consentire più a Netanyahu di agire impunemente.
The Economist: “La guerra a Gaza deve finire”.
Accusa Netanyahu di prolungare il conflitto per mantenere intatta la sua coalizione. Invita Trump a imporre un cessate il fuoco.
The Independent: “È ora di parlare”.
Condanna il silenzio del premier britannico Starmer e invita a riconoscere la realtà di ciò che sta accadendo.
The Guardian: “Trump può fermare questo orrore. L’alternativa è impensabile”.
Accusa gli USA di responsabilità indiretta e si chiede apertamente: “Cos’è questo, se non un genocidio?”

Non è mai accaduto prima che la stampa mainstream britannica assumesse una posizione così compatta, dura e inequivoca sulla condotta di Israele.

Anche sul fronte politico e intellettuale si notano segnali di rottura:
→ Il deputato conservatore Mark Pritchard, da vent’anni sostenitore di Israele, ha ritirato pubblicamente il proprio appoggio, dichiarando: “Mi sbagliavo. Condanno ciò che sta facendo al popolo palestinese.”
→ L’editorialista Shaiel Ben-Ephraim, già ostile ai manifestanti pro-Palestina, ha ammesso: “Israele sta commettendo un genocidio. Non possiamo fermarlo se non lo chiamiamo per nome.”
→ Persino l’amministrazione Trump – da sempre vicina a Tel Aviv – ha iniziato a trattare direttamente con Hamas, escludendo Israele da alcune negoziazioni cruciali in Medio Oriente.

Quando il consenso cambia, chi tace rischia di restare tra gli ultimi. Che questa inversione sia frutto di coscienza o calcolo, poco importa.

Quello che conta è che l’intoccabilità sta finendo.
E con essa, il ricatto del silenzio.
Chi ancora brandisce l’accusa di antisemitismo per soffocare ogni critica, dovrà fare i conti con il diritto e la storia.
Chi ancora sostiene l’indifendibile, è il momento di cambiare — finché può.

Meglio essere i primi tra i mascalzoni che gli ultimi tra i ciechi.